Il 1 ottobre 2020 con la pubblicazione della determina della Gazzetta Ufficiale è entrata in vigore la ratifica dell’Aifa – Agenzia italiana del farmaco – che ha inserito i medicinali utilizzati per il percorso di transizione sessuale “previa diagnosi di disforia di genere/incongruenza di genere formulata da una equipe multidisciplinare e specialistica dedicata”, nell’elenco delle medicine a carico del Servizio sanitario nazionale.  
Nella determina viene specificato anche che i farmaci testosterone, testosterone undecanoato, testosterone entantato, esteri del testosterone sono erogabili per l’impiego nelprocesso di virilizzazione di uomini transgender, mentre per il processo di femminilizzazione di donne transgender vengono esentatiestradiolo emiidrato, estradiolo valerato, ciproterone acetato, spironolattone, leuprolide acetato e triptorelina.

La notizia è stata accolta con entusiasmo dalle associazioni che si occupano di tutelare i diritti delle persone transessuali, il MIT – Movimento Identità Trans – in un comunicato a commento della determina, ha esultato per la grande vittoria ed ha ricordato che da circa tre anni la sua rappresentanza legale, grazie all’esperienza e l’aiuto della Dottoressa Meriggiola, Responsabile Reparto di Ginecologia Sant’Orsola di Bologna, e della Dott.ssa Iardino, dell’ISS, ha saputo intessere con AIFA la complessa trattativa che ha portato i tanto attesi risultati.

La terapia ormonale sostitutiva per le persone transessuali, dall’inizio del mese, è dunque a carico dello Stato e questo fatto permette che il diritto alla salute – tutelato dall’Art. 32 della Costituzione – si realizzi in modo più completo. La tutela della salute delle persone transessuali da alcuni anni è migliorata anche grazie al fatto che l’intervento chirurgico per il cambio di sesso sia  stato stato compreso nei livelli essenziali di assistenza (Lea).

Questo avvenimento, sicuramente molto importante, deve essere adeguatamente festeggiato ma è necessario sottolineare che il diritto alla salute, sancito e tutelato dalla Costituzione italiana, non viene applicato allo stesso modo ai medicinali ormonali per la contraccezione, programmata o d’emergenza. 

In Italia, la contraccezione dovrebbe essere gratuita per legge infatti, sebbene non esista una legge specifica in merito, riferimenti a ciò possono essere ritrovati nelle norme n. 405 del 1975, sui consultori familiari e nella legge n. 194 del 1978, sulla la tutela sociale della maternità e l’interruzione volontaria di gravidanza.

All’articolo 4 della legge 405 possiamo infatti leggere chiaramente che “l’onere delle prescrizioni di prodotti farmaceutici va a carico dell’ente o del servizio cui compete l’assistenza sanitaria” e che “le altre prestazioni previste dal servizio istituito con la presente legge sono gratuite per tutti i cittadini italiani e per gli stranieri residenti o che soggiornino, anche temporaneamente, su territorio italiano”.
Queste norme però non riflettono la realtà dei fatti che è molto più triste, questo tema infatti non è mai stato affrontato a livello nazionale ed è stato invece delegato alle Regioni e addirittura alle singole Asl o all’iniziativa di ospedali e consultori, che spesso non hanno risorse finanziarie adeguate per poter offrire gratuitamente i dispositivi di contraccezione. L’accesso alla contraccezione si rivela quindi disomogeneo perché dipende dai diversi piani adottati dai consigli regionali, che cambiano da regione a regione. Si nota un divario tra regioni del nord (in cui c’è più maggiore accesso ai contraccettivi) e regioni del sud, con alcune eccezioni.

Nel corso degli anni, lo Stato ha abbandonato sempre di più la tutela della contraccezione. La terapia ormonale contraccettiva è diventata definitivamente e totalmente a pagamento nel 2016 quando l’AIFA, con una determina, ha spostato gli ultimi contraccettivi ormonali detti di “terza generazione”, che erano compresi nella fascia A e quindi a carico del Sistema Sanitario nazionale, alla fascia C facendo ricadere di conseguenza il costo completo della contraccezione sulle donne. La contraccezione però non è un lusso ed i suoi costi, non trascurabili, sono troppo alti per molte persone. Il diritto alla salute non viene quindi adeguatamente tutelato dallo Stato, che abbandona a sé stesse le fasce più deboli e vulnerabili della popolazione, quelle che logicamente dovrebbero essere maggiormente tutelate. Al momento dunque solo l’aborto, quando si riesce ad accedervi, rimane gratuito ed a carico dello Stato. 

La situazione non è migliore per quanto riguarda la contraccezione di emergenza, ovvero la cosiddetta pillola del giorno dopo, che dal 2018 non è più stata inserita nell’elenco dei farmaci indispensabili da tenere sempre in farmacia. 

Sono diverse le associazioni di medici e della società civile che contestano la situazione attuale e cercano di porvi rimedio, ad esempio il Comitato per la contraccezione gratuita e consapevole, che da anni si batte perché la spesa per la contraccezion diventi libera, gratuita e a carico dello Stato. Il Comitato ha più volte sottolineato come sia necessario investire maggiormente nella prevenzione, evidenziando come questo tipo di interventi porterebbe vantaggi non solo per la salute delle donne ma anche per le casse dello stato. 


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